l'emarginato

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L'informazione che non esclude ma unifica

LA MERCIFICAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Fonte immagine: Pixabay

L’informazione è sempre stato il fattore principale che ha dato l’opportunità alle persone di condividere idee. Tutto questo ha permesso di sviluppare il concetto dell’opinione pubblica, che a sua volta ha decretato la natura e i contorni del sapere della società. Negli ultimi anni sono entrati alcuni fattori in gioco che hanno cambiato molto il concetto di informazione; infatti esso è passato dall’essere un qualcosa di indefinibile a un qualcosa che ha dei connotati tipici della merce: cioè appagare e soddisfare i bisogni.

Il mondo dell’informazione fino a poco tempo fa

Non è un segreto che fino a qualche anno fa andavano di moda i giornali cartacei. Fin qui non stiamo appurando niente di nuovo; eppure osservando più da vicino si può notare qualcosa di interessante in tutto questo: l’epoca in cui i giornali stampati erano molto venduti coincideva col regime secondo cui l’informazione (a grandi linee) serviva prevalentemente a informare la gente. Fin qui tutto bene, poi però va aggiunto che in quest’epoca erano anche presente i giornali con connotati propagandistici (come i giornali che appoggiano un’ideologia politica piuttosto che un’altra). Qui possiamo vedere che anche nel passato, una parte dell’informazione era concepita anche sotto il modello della merce: ovvero soddisfare il bisogno di tutti quelli che volevano leggere qualcosa di positivo sul proprio partito (o corrente politica).

Il mondo dell’informazione 2.0: l’avvento dei social network

Internet ha cambiato enormemente una parte della natura dell’informazione. I social network hanno permesso l’ascesa del giornalismo partecipativo: vale a dire quel processo che ha permesso a chi non aveva mai fatto il giornalista, di concorrere nella formazione dell’informazione stessa. Dato che moltissimi siti creati su internet (la stragrande maggioranza) non hanno accesso ai finanziamenti statali, appariva chiaro fin da subito che la loro attività editoriale avrebbe comportato molte difficoltà nel conseguire un ricavo tale da coprire i costi (o addirittura farci un guadagno); se poi aggiungiamo che il mercato dell’editoria è saturo (dato che ci sono moltissimi siti di informazione) appariva chiaro che la situazione non era delle migliori. Per cercare di ovviare a questo problema, diverse persone hanno cominciato a pensare che l’informazione dovesse terminare l’ultimo processo che l’avrebbe reso un prodotto adatto al consumo di massa, eccoci qui agli articoli che rompono in maniera netta il legame che li univa con l’informazione standard: i titoli fuorvianti, gli articoli fatti a posta per rafforzare le proprie file di lettori (vale a dire scritti terra-terra e di natura parziale riguardante la trattazione della fattispecie di cui si sta parlando). Il quadro sembrerebbe già essere alquanto preoccupante, però se aggiungiamo anche le fake news (o articoli elaborati per far apparire una cosa piuttosto che un’altra), non possiamo fare altro che constatare la piega distorta che il mondo dell’informazione ha preso. Tutto questo non fa altro che bombardare le persone, e quelle più suscettibili (che non hanno sviluppato a pieno una capacità critica delle cose) purtroppo sono quelle che stanno subendo di più le conseguenze, d’altro canto molti siti hanno escogitato questa strategia appositamente per loro.

Ultime considerazioni

In tutto questo c’è da constatare il fatto che i blog e siti che adottano queste strategie hanno assunto dei connotati aziendali, dove infatti la merce che vendono non è altro che l’informazione stessa. Per poter combattere questo fenomeno ci sarebbe bisogno che le persone prendessero coscienza di tutto questo fenomeno (in modo tale da sviluppare gli anticorpi necessari). In tutto questo c’è da considerare che lo Stato deve adottare una strategia per cercare di porre dei sistemi di controllo agli elementi più “oscuri” del fenomeno. Qualora ciò non dovesse avvenire, la società stessa continuerà a pagare un prezzo sempre più alto.

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Immagine in evidenza presa da “Pixabay”.

Marco Galletti

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